Palazzo Principe Naselli

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" Il Palazzo del Principe "

Il palazzo “del principe” di mole rettangolare, con quattro loggette ai suoi angoli, si erge maestoso e domina tutto il tessuto urbano che a vari dislivelli occupa i pendii orientali del monte Belvedere. Venne costruito agli inizi del ’700 e fu arricchito con magnifici affreschi e una ricca pinacoteca che comprendeva due dipinti di Guido Reni, “Il ratto di Proserpina” e “Il ratto d’Europa”. Ma i quadri e la maggior parte degli affreschi andarono perduti nel corso del secolo scorso per ignavia ed incuria dei suoi proprietari, che nel 1875 restaurarono il palazzo distruggendo molte delle pitture. Già nel 1911 Gioacchino Di Marzo, venuto a visitare Aragona, ammetteva amaramente la scomparsa di gran parte degli affreschi. “Recatomi però io sul luogo, egli scrive, alla fine di gennaio del corrente anno mi è toccato subirvi la più amara delusione non trovatovi che una minima parte di si gran copia di dipinti, scomparsone tutto il resto per ignoranza ed ignavia del tempo. Vi ho saputo, che, minacciando crollare la volta dipinta del gran salone del passato secolo XIX, il Principe Baldassare Naselli Morso, anziché ripararlo, né affretto il crollo ed indi se né servì del legname in sostegno di una solfara pericolante”.

“L’incarico di affrescare le volte delle sale del palazzo fu dato al Borremans da Baldassare Naselli Branciforti, che aveva assunto il principato nel 1711. Fu capitano e pretore a Palermo dal 1724 al 1738 ove sperperava le ricchezze accumulate ad Aragona. Qui ebbe modo di conoscere ed apprezzare il nostro autore. Non si hanno elementi per poter stabilire con esattezza il periodo in cui furono ultimati i lavori, erò, è certo che furono i più importanti del Borremans e forse anche gli ultimi visto che è morto a Palermo nel 1744. Furono affrescate le volte di molte sale e specialmente del gran salone del palazzo, le logge e la cappella con una grande varietà di soggetti sacri e profani e con una grande profusione di ornati. Ancora agli inizi del secolo (1911) si vedevano sopra due porte principali, due medaglioni dipinti con belle mezze figure del Redentore e della Vergine, e alla sommità delle pareti alcune storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Esistevano ancora nel 1880 le storie del Giudizio di Salomone, di Rebecca al Pozzo, di Mosè con le tavole della Samaritana. Ma nessuno ricordava più il soggetto della volta centrale.

 

 

 

Nei nostri giorni il palazzo è stato occupato per metà dal Municipio, trasferito in un moderno edificio nella parte nuova del paese, e per l’altra metà dalle suore Suore di carità e dall’orfanotrofio femminine. In questa seconda parte, non aperta al pubblico, si conservano ancora solamente gli affreschi di una loggetta, deteriorati dai fenomeni atmosferici, rappresentanti la Vittoria trionfante su un carro, e quelli, in buono stato di conservazione, della volta di un ampio salone raffiguranti, al centro in un rosone, la Gloria con al capo una corona turrita nell’atto di alzare con la mano destra una corona d’alloro e con la sinistra un nastro con la scritta del motto della famiglia Naselli “Non sine certamine”

Sotto di essa due putti sorreggono lo stemma dei fondatori di Aragona mentre ai quattro lati, opposte tra di loro, ma rivolte tutte alla figura centrale, vi sono raffigurati quattro personaggi allegorici che rappresentano la mansuetudine, la virtù, la munificenza e la cornucopia; accanto ad esse altrettanti nastri sventolanti con le scritte “Mitis corda quiesco”, “Virtus ad Astra vehit”, “Dat munus honores”, e “Uti stercore Premo”. Gli affreschi di questa volta ancora esistenti, sicuramente dovevano essere i principali e i più importanti di quelli fatti dal Borremans nel palazzo come si può dedurre dai loro significati allegorici e simbolici, celebrativi della virtù e delle doti della famiglia Naselli, committente dell’opera. In alcune stanze, sempre nella parte del palazzo occupata dall’orfanotrofio e dalle Suore di Carità, si conservano ancora parti di affreschi con figure decorative. Il sacerdote Luigi Burgio Naselli, tra gli ultimi discendenti dei fondatori di Aragona, con atto del 18 dicembre 1887, stilato dal notaio Antonio Schiavo, fondò il Pio Istituto Orfanotrofio Femminile Principe Aragona e alla sua morte gli lasciò  in dote tutto il palazzo, con testamento fatto il 28 settembre 1889. La direzione e la gestione della fondazione fin dal suo nascere venne affidata alle figlie di Carità di San Vincenzo di Paola. Nello statuto approvato il 5 ottobre 1909 e sottofirmato dal Ministero degli Interni Luzzati si stabilì che l’orfanotrofio aveva per scopo “di ricoverare, alimentare, vestire, educare ed istruire le orfanelle povere della città di Aragona” (Art.2), e che “le signore Isabella Sergeant fu Giacomo e Maria Aurora e dopo di esse le due signore della stessa o da una di loro nominata, rappresentano ed amministrano l’Orfanotrofio” (art.6). Qualche anno dopo la fondazione dell’Opera Pia, le due amministratrici diedero in affitto al comune di Aragona la metà del palazzo e il primo aprile 1933 glielo vendettero per 200.000 lire. L’atto di acquisto venne firmato in presenza del segretario comunale Lorenzo Midulla, dalle due amministratrici di allora suor Genoveffa Sergeant e suor Francesca Falagerio, e dal podestà di Aragona, Cav. Gaetano Parisi. Ancora oggi il palazzo è occupato per metà dall’orfanotrofio con le suore di Carità, ridotte a 6 e per metà dalla Biblioteca Comunale.

Tratto da "La Freccia Verde"

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