Necropoli di Caldare

Home
Su
Storia
Maccalube
Territorio
Torre del Salto d'Angio'
WebMail
Chiese
Palazzo Principe Naselli
Feste e Tradizioni
Artisti
Contattaci
Chat Rooms
Artigianato e Commercio

Informazioni

Questo sito è stato interamente ideato, progettato, realizzato e pubblicato da 

Giuseppe Seviroli 

&

  Peppe Cumbo

Cerca nel sito 

 
powered by FreeFind

 

 

 

  

 

 

Le necropoli di Caldare e S. Vincenzo

 una realtà del nostro  passato che non bisogna dimenticare

I Parte

Forse non tutti sanno che c’è una pagina della nostra Storia che può essere letta direttamente sul posto e non su un libro. Faccio riferimento alle Necropoli di Caldare e S. Vincenzo. Quello che si vede è una pagina di un libro di storia che se sfogliato da lettori competenti può farci leggere moltissime pagine del nostro passato. Quando sentii parlare, per la prima volta, dei bronzi micenei della necropoli di Caldare, frequentavo la prima liceale e ricordo che rimasi molto meravigliato di questa notizia. Allora sapevo soltanto che Aragona era sorta era sorta nel 1605 ad opera del barone Gaspare Naselli e non riuscivo ad immaginare una esistenza più antica. Ma poi preso da impegni di studio più immediati dimenticai quella notizia. Allora sapevo soltanto che Aragona era sorta era sorta nel 1605 ad opera del barone Gaspare Naselli e non riuscivo ad immaginare una esistenza più antica.Ma poi preso da impegni di studio più immediati dimenticai quella notizia.

  Oggi, dopo venti anni, il ricordo è riaffiorato e sono andato alla riscoperta di questa necropoli e alla ricerca di un nostro passato. Quello che ho scoperto è solo una riscoperta visto che nei testi di storia della Sicilia antica il luogo e le necropoli sono noti da tanto tempo. Infatti scrive P. Orsi: “Nell’aprile del 1896 sul monte S. Vincenzo, presso Caldare, alcuni Zolfatai disoccupati si imbatterono a caso in un sepolcro scavato nella roccia conchiglifera calcare-terziaria, il cui contenuto intatto essi si affrettarono a portare a Girgenti. (…) Era una grande camera irregolare circolare, cui dava accesso un corridoio lungo m. 1,80, largo m.0,80; le dimensioni della cella devono essere state straordinarie, cioè con un diametro fra i 3 e i 4 metri; nel lato destro della parete erano aperte due nicchie semi circolari; completamente controllata la volta (…) Ma ciò che conferisce una eccezionale importanza a questo sepolcro è il suo contenuto: due grandi anfore alte cm. 32 e 45, plasmate in una creta bigia nell’urna, rossastra nell’altra, non tornite però ben cotte, con un timbro quasi metallico, presentano, dove la superficie è meglio conservata, tracce di una diligente ingabbiatura a traslucido bruno rossastra. Un’olla cuoriforme rossastra granulosa e mal depurata, con una ingabbiatura di creta bigia decantata, una scodella lta ansa”. Riuscii a trovare la necropoli seguendo quello che ha scritto P.Orsi e le indicazioni dei contadini del luogo, ma non senza avere prima girovagato qua e là. Percorrendo una piccola trazzera dal bevaio di S. Vincenzo (Nove ponti) lungo la ferrovia, a destra di viene ad Aragona, si arriva alla sommità di un colle coltivato a mandorli, dove si erge un costone di roccia, ai piedi del quale vi è un campo di cavoli, ben coltivato; in cima si ergono maestosi anche alcuni carrubbi accanto ad un vigneto. Nei pendii del colle all’altezza di un solitario ulivo ben nascosti tra le sterpaglie e le piante vi sono gli ingressi della necropoli. All’interno si trova della paglia, molto probabilmente perché in passato sono state adibite a pagliere. Certo il volto della necropoli oggi deve essere mutato ed appunto per questo mi sembra interessante soffermarmi sulla descrizione che uno studioso ha fatto all’inizio del secolo: “a Nord della stazione di Caldare si alza una collinetta diretta da ponente a Levante, dove si prolunga verso un monte ricco di miniere di zolfo, ed all’altra parte finisce nel piano. Chi passa sulla ferrovia da Girgenti o vi giunge ad Aragona, vede sul vertice della collina, che forma tre elevazioni, le aperture circolari delle tombe nelle rupi biancheggianti, che sorgono frammezzo agli olivi ed ai carrubi. Sono tombe aggruppate o solitarie al sommo di una roccia che sta nella collina di mezzo, sotto i rami di un olivo che la protegge. Confesso che nella storia dei sepolcri non ho trovato nulla di più grandioso e di più commovente, quanto questa necropoli, donde si vede da lontano il mare. Da queste tombe spira la poesia dei popoli primitivi, la psicologia loro è piena di un sentimento delicato che vibra ancora nell’anima moderna. Ai piedi delle rocce crescono gli asfodeli, le iridi e le campanule che con l’azzurro dei loro fiori accrescono la solennità funerea della necropoli. La religione della morte è una ispirazione primordiale che si mantenne immutata attraverso le generazioni dall’età della pietra fino a noi. La percezione della realtà di una tomba, esercitava allora, come adesso, un fascino irresistibile”.(A. Mosso) Le tombe trovate dal Mosso sono almeno trenta ma ne ho esplorato solo una decina. Alcune molto corrose dal tempo e dalle intemperie e deturpate dagli uomini, altre molto ben conservate. Sono camerette scavate nella roccia ed hanno le forme di un forno, appunto per questo sono dette “tombe a forno”. L’ingresso è un pò stretto, infatti ho dovuto strisciare per entrarvi, mentre l’interno è molto grande di forma circolare  e con la volta rotonda. Ai lati vi sono le nicchie per i cadaveri. Queste nicchie spesso sono più di una: ne ho trovato due grandissime in comunicazione tra di loro, che a mio avviso è una comunicazione avvenuta per il crollo accidentale di una parete della tomba. Ma il fatto più stupefacente è che sono state scavate con le pietre di basalto, come lascia supporre una di queste pietre trovate sul posto, e poi elisciate con la pomice. Gli ingressi delle tombe di Caldare e S. Vincenzo sono piccoli e con la nicchia stretta. Inoltre la loro posizione è scomoda, sulla parete di roccia, doveva rendere molto difficoltoso il trasporto e la deposizione del cadavere. Appunto per ciò si doveva ricorrere a delle tecniche particolari. Sfortunatamente non sono state trovate tombe che non siano state frugate e quindi non si è potuto vedere la posizione originaria del cadavere. Però si possono fare delle congetture confrontandole con altre tombe dello stesso periodo. Infatti la nostra necropoli è simile a quella di Cava di Mostrinciano, presso Priolo, Milatos e Prinias a Creta. Dalla posizione degli scheletri trovati in queste tombe si fa l’ipotesi che il cadavere dovesse essere imballato in una forma ovoidale, e che il corpo assumesse quella che viene chiamata “posizione fetale”, cioè con le braccia piegate in modo tale che le mani stanno sotto il mento, le ginocchia toccano i gomiti e le ossa delle gambe sono attaccate al femore. Ma per far assumere a un cadavere questa posizione occorre una pressione ed una forza notevole, quindi, molto probabilmente erano avvolti e cuciti dentro strisce di cuoio o di tela.

II Parte

Datare le tombe è un po’ complesso però si può stabilire un periodo ben preciso: le tombe più recenti sono del periodo Minoicomiceneo (1300-1200 avanti Cristo). Questo periodo è dato sia dal tipo di costruzione delle tombe, sia dai ritrovamenti fatti nelle tombe stesse, nelle tombe di monte San Vincenzo, infatti sono state trovate due daghe di bronzo di circa 40 cm., due vasi anch’essi di bronzo e una tazza di argilla rosea con il diametro di 9 cm. E l’altezza di 5,5 cm. Con il manico lungo e decorato con linee orizzontali di colore rosso e nero. Gli esperti dopo aver escluso l’origine fenicia di questa vasi ed escludendo anche che sono di produzione locale, hanno avanzato l’ipotesi della provenienza egeomicenea, poiché anche nella quarta tomba dell’acropoli di Micene e a Creta sono stati trovati dei vasi simili.A questo punto sorge spontanea una domanda: ma non è possibile che gli abitanti di Caldare provenissero dalla zona egeo-cretese?
  È un’ipotesi che già molti autori antichi tra cui Erodoto, Strabone, Diodoro Siculo hanno avanzato, ma che io escluderei visto i recenti ritrovamenti archeologici fatti nella nostra provincia che testimoniano l’esistenza di insediamenti umani nell’età Neolitica. Mi riferisco alla grotta Acqua fitusa a Cammarata, alla grotta della Ticchiara a Favara e di Busonè a Raffadali. Come si vede Caldare e S. Vincenzo si trovano quasi al centro di una vasta area di insediamenti neolitici, e quindi non vedo perché anche da noi non potesse esistere una comunità più antica di quella che si conosce. Certo è fuori di dubbio che possano provenire dall’Africa Settentrionale e dal Medio oriente visto che molto probabilmente la fossa del Mediterraneo si è formata solo qualche Milione di anni fa e che esisteva un ponte di collegamento tra l’Africa e la Sicilia situato sul tratto che va da Faro Russello a Realmonte fino al trapanese. Questa probabile unione è testimoniata dai ritrovamenti di resti fossili di elefanti nani, cavallo selvatico, ippopotamo, rinoceronte, leone, iena che sono animali africani. Altro punto di contatto è il fatto che gli antichi abitanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente sono Dolicomorfi. Quindi si può dire che abbiano in comune l’origine ma poi ognuno si è sviluppato autonomamente, ma in stretto contatto commerciale; rapporti commerciali e culturali che erano già fiorenti fin dal Neolitico. Infatti è nel Neolitico che incomincia tutta una lunga serie si scambi commerciali e culturali con l’oriente (anche a Caldare come in seguito si adorava la Dea Madre). La Sicilia, per la sua posizione centrale nel Mediterraneo è un punto di riferimento molto importante. Che i rapporti, tra la Sicilia e il mondo cretese, fossero solo rapporti Culturali e commerciali si può dedurre anche dalla leggenda di Minosse e Re Cocalo. Quando Dedalo, volando con le sue ali di cera, fuggì dalla Creta di Minosse e venne a rifugiarsi nella reggia di re Cocalo a Camico (S. Angelo Muxaro). Ma Minosse voleva riprendersi Dedalo, e così sbarcò in Sicilia con lo scopo di distruggere Camico e riportarsi Dedalo a Creta. L’assedio di Camico durò circa cinque anni ma non riuscì ad espugnarla anzi egli stesso perse la vita. La sua flotta fu distrutta da una tempesta e così i soldati cretesi rimasero in Sicilia e fondarono Heraclea Minoa. Le ossa di Minosse furono riportate a Creta quando Theron fonda Agrigento. In questa leggenda vedo chiari alcuni fatti: fino a quando i rapporti tra la Sicilia e Creta sono solo commerciali e culturali, Dedalo cretese si dedica all’architettura, quindi collabora con le popolazioni locali, si vive in pace. Ma quando Minosse non vuole più rapporti culturali ecco che scoppia la guerra e i Siciliani resistono e si battono per la loro indipendenza. Però alla fine cedono e con Theron finisce la storia di un popolo libero e incomincia quello di una colonia; tutto il resto sarà una storia di colonizzatori e colonizzati: Geci-cretesi per primi, poi via via Romani, Arabi, Normanni, Spagnoli e Piemontesi. Poco lontano dalla necropoli, vicino a una cava di pietra vi era il villaggio. Esso era costituito da capanne rotonde con l’ingresso rivolto verso mezzogiorno. Il pavimento era costituito da più strati. Lo strato più profondo era costruito con pietre di non più di 5 cm., questo per portare tutto il suolo allo stesso livello. Gli spazi vuoti erano riempiti di argilla ridotta in polvere e bagnata mentre la superficie era rivestita da uno strato di argilla battuta. Le pareti rotondeggianti erano fatte da rami e ricoperte di argilla. La mancanza di un focolare, in alcune capanne, lascia supporre che le abitazioni fossero costituite da più locali. Nei fondi delle capanne furono ritrovati corna di bovini ed ossa spaccate per estrarre il midollo e una macina di calcare formata da una base concava e una pietra cilindrica per ridurre in polvere i semi. Da notare che esaminando al microscopio i resti di vegetali non sono stati trovati elementi che lasciassero supporre l’uso del frumento. Sopra il pavimento fu rinvenuta una punta di freccia di selce rossa, piana da una faccia e rotonda dall’altra, zanne di grossi cinghiali e pezzi di ciotole, che per il loro colore, più rosse di fuori che non di dentro, potrebbero essere state cotte a fuoco libero; fu rinvenuta un’accetta di pietra verde, che sicuramente non è un tipo di pietra che si trova a Caldare o a San. Vincenzo. Questo è un’ulteriore prova dei contatti con il mondo mediterraneo ed orientale. Molto usato, per costruire strumenti, era l’osso, soprattutto per costruire punte di frecce. Le costole venivano adoperate per fare stecche piatte che servivano per lisciare la ceramica; sono levigate con molta cura, rotonde da una estremità e a punta dall’altra. Più difficile delle tombe dare una data del villaggio, poiché sono stati ritrovati dei cocci che potrebbero datarsi al 3500 avanti Cristo e anche oltre. La prova potrebbe essere data dall’idolo femminile rinvenuto in una capanna insieme a delle corna votive. “ Esso è di argilla chiara, fine, e ben cotta: di sotto è aperto, e le pareti sono spesse 20 mm. alla base. Tutte le tre sporgenze nella parte superiore trovansi rotte. Dalla base al moncone della spalla sono 105 mm. Vi è un buco fra le mammelle e i due lati, uno per ciascun fianco, alla medesima altezza. (Mosso). Quando fu ritrovato non è stato possibile capire quale fosse la funzione di questo idolo. Oggi si può affermare con certezza che rappresentasse una divinità: la Grande Madre dei Neolitici, la Potnia degli Egeo-cretesi. Chiara mente le ceramiche trovate vicino all’idolo sono del 1300 avanti Cristo, però c’è da notare una continuità culturale religiosa che arriva fini al Neolitico, cioè quando l’uomo è passato da cercatore caccatore a coltivatore allevatore. Infatti nel neolitico antico si facevano figurine di argilla in forme di donne. Non ne sono state trovate nelle tombe, tutti gli esemplari provengono dagli abitanti, come quello di caldare. Il culto della Dea Madre, una forma di monoteismo femminile, era diffuso, nell’area della Mesopotamia, verso l’Europa settentrionale e mediterranea e verso l’India. Era la dea della fertilità, delle acque, signora della terra fruttificante, delle greggi e degli uomini. Infatti vi è una corrispondenza fra la donna nella sua funzione generativa e la terra nella sua funzione di produzione della vegetazione. Vi è analogia fra il seno della donna che contiene una nuova vita e la terra che nasconde un mondo non visibile. Le corna appaiono al di sopra dell’altare o accanto ad essi da sole o come supporto ad altri oggetti sacri. Circa la loro origine sembrerebbe plausibile l’ipotesi che si tratti di una riduzione stilizzata dei teschi dei tori sacrificanti che sostituiscono, in modo permanente e nella raffigurazione, l’offerta cruenta dell’animale (enciclopedia delle religioni).  

Tratto da “La Voce di Aragona” Novembre 1985 di Giuseppe Alongi
 

                                  

                                     Copyright Aragonaonline.it 2000©  -  Tutti i diritti riservati

                                                  Questo sito è ottimizzato per una visualizzazione di 800 x 600 pixel