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Le
necropoli di Caldare e S. Vincenzo
una
realtà del nostro passato
che non bisogna dimenticare
I
Parte |
| Forse
non tutti sanno che c’è una pagina della nostra Storia che può essere
letta direttamente sul posto e non su un libro. Faccio riferimento alle
Necropoli di Caldare e S. Vincenzo. Quello che si vede è una pagina di un
libro di storia che se sfogliato da lettori competenti può farci leggere
moltissime pagine del nostro passato. Quando sentii parlare, per la prima
volta, dei bronzi micenei della necropoli di Caldare, frequentavo la prima
liceale e ricordo che rimasi molto meravigliato di questa notizia. Allora
sapevo soltanto che Aragona era sorta era sorta nel 1605 ad opera del
barone Gaspare Naselli e non riuscivo ad immaginare una esistenza più
antica. Ma poi preso da impegni di studio più immediati dimenticai quella
notizia. Allora sapevo soltanto che Aragona era sorta era sorta nel 1605
ad opera del barone Gaspare Naselli e non riuscivo ad immaginare una
esistenza più antica.Ma poi preso da impegni di studio più immediati
dimenticai quella notizia. |
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Oggi, dopo venti anni, il ricordo è riaffiorato e sono andato
alla riscoperta di questa necropoli e alla ricerca di un nostro passato.
Quello che ho scoperto è solo una riscoperta visto che nei testi di
storia della Sicilia antica il luogo e le necropoli sono noti da tanto
tempo. Infatti scrive P. Orsi: “Nell’aprile del 1896 sul monte S.
Vincenzo, presso Caldare, alcuni Zolfatai disoccupati si imbatterono a
caso in un sepolcro scavato nella roccia conchiglifera calcare-terziaria,
il cui contenuto intatto essi si affrettarono a portare a Girgenti. (…)
Era una grande camera irregolare circolare, cui dava accesso un corridoio
lungo m. 1,80, largo m.0,80; le dimensioni della cella devono essere state
straordinarie, cioè con un diametro fra i 3 e i 4 metri; nel lato destro
della parete erano aperte due nicchie semi circolari; completamente
controllata la volta (…) Ma ciò che conferisce una eccezionale
importanza a questo sepolcro è il suo contenuto: due grandi anfore alte
cm. 32 e 45, plasmate in una creta bigia nell’urna, rossastra
nell’altra, non tornite però ben cotte, con un timbro quasi metallico,
presentano, dove la superficie è meglio conservata, tracce di una
diligente ingabbiatura a traslucido bruno rossastra. Un’olla cuoriforme
rossastra granulosa e mal depurata, con una ingabbiatura di creta bigia
decantata, una scodella lta ansa”. Riuscii a trovare la necropoli
seguendo quello che ha scritto P.Orsi e le indicazioni dei contadini del
luogo, ma non senza avere prima girovagato qua e là. Percorrendo una
piccola trazzera dal bevaio di S. Vincenzo (Nove ponti) lungo la ferrovia,
a destra di viene ad Aragona, si arriva alla sommità di un colle
coltivato a mandorli, dove si erge un costone di roccia, ai piedi del
quale vi è un campo di cavoli, ben coltivato; in cima si ergono maestosi
anche alcuni carrubbi accanto ad un vigneto. Nei pendii del colle
all’altezza di un solitario ulivo ben nascosti tra le sterpaglie e le
piante vi sono gli ingressi della necropoli. All’interno si trova della
paglia, molto probabilmente perché in passato sono state adibite a
pagliere. Certo il volto della necropoli oggi deve essere mutato ed
appunto per questo mi sembra interessante soffermarmi sulla descrizione
che uno studioso ha fatto all’inizio del secolo: “a Nord della
stazione di Caldare si alza una collinetta diretta da ponente a Levante,
dove si prolunga verso un monte ricco di miniere di zolfo, ed all’altra
parte finisce nel piano. Chi passa sulla ferrovia da Girgenti o vi giunge
ad Aragona, vede sul vertice della collina, che forma tre elevazioni, le
aperture circolari delle tombe nelle rupi biancheggianti, che sorgono
frammezzo agli olivi ed ai carrubi. Sono tombe aggruppate o solitarie al
sommo di una roccia che sta nella collina di mezzo, sotto i rami di un
olivo che la protegge. Confesso che nella storia dei sepolcri non ho
trovato nulla di più grandioso e di più commovente, quanto questa
necropoli, donde si vede da lontano il mare. Da queste tombe spira la
poesia dei popoli primitivi, la psicologia loro è piena di un sentimento
delicato che vibra ancora nell’anima moderna. Ai piedi delle rocce
crescono gli asfodeli, le iridi e le campanule che con l’azzurro dei
loro fiori accrescono la solennità funerea della necropoli. La religione
della morte è una ispirazione primordiale che si mantenne immutata
attraverso le generazioni dall’età della pietra fino a noi. La
percezione della realtà di una tomba, esercitava allora, come adesso, un
fascino irresistibile”.(A. Mosso) Le tombe trovate dal Mosso sono almeno
trenta ma ne ho esplorato solo una decina. Alcune molto corrose dal tempo
e dalle intemperie e deturpate dagli uomini, altre molto ben conservate.
Sono camerette scavate nella roccia ed hanno le forme di un forno, appunto
per questo sono dette “tombe a forno”. L’ingresso è un pò stretto,
infatti ho dovuto strisciare per entrarvi, mentre l’interno è molto
grande di forma circolare
e con la volta rotonda. Ai lati vi sono le nicchie per i cadaveri.
Queste nicchie spesso sono più di una: ne ho trovato due grandissime in
comunicazione tra di loro, che a mio avviso è una comunicazione avvenuta
per il crollo accidentale di una parete della tomba. Ma il fatto più
stupefacente è che sono state scavate con le pietre di basalto, come
lascia supporre una di queste pietre trovate sul posto, e poi elisciate
con la pomice. Gli ingressi delle tombe di Caldare e S. Vincenzo sono
piccoli e con la nicchia stretta. Inoltre la loro posizione è scomoda,
sulla parete di roccia, doveva rendere molto difficoltoso il trasporto e
la deposizione del cadavere. Appunto per ciò si doveva ricorrere a delle
tecniche particolari. Sfortunatamente non sono state trovate tombe che non
siano state frugate e quindi non si è potuto vedere la posizione
originaria del cadavere. Però si possono fare delle congetture
confrontandole con altre tombe dello stesso periodo. Infatti la nostra
necropoli è simile a quella di Cava di Mostrinciano, presso Priolo,
Milatos e Prinias a Creta. Dalla posizione degli scheletri trovati in
queste tombe si fa l’ipotesi che il cadavere dovesse essere imballato in
una forma ovoidale, e che il corpo assumesse quella che viene chiamata
“posizione fetale”, cioè con le braccia piegate in modo tale che le
mani stanno sotto il mento, le ginocchia toccano i gomiti e le ossa delle
gambe sono attaccate al femore. Ma per far assumere a un cadavere questa
posizione occorre una pressione ed una forza notevole, quindi, molto
probabilmente erano avvolti e cuciti dentro strisce di cuoio o di tela.
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II
Parte |
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| Datare
le tombe è un po’ complesso però si può stabilire un periodo ben
preciso: le tombe più recenti sono del periodo Minoicomiceneo (1300-1200
avanti Cristo). Questo periodo è dato sia dal tipo di costruzione delle
tombe, sia dai ritrovamenti fatti nelle tombe stesse, nelle tombe di monte
San Vincenzo, infatti sono state trovate due daghe di bronzo di circa 40
cm., due vasi anch’essi di bronzo e una tazza di argilla rosea con il
diametro di 9 cm. E l’altezza di 5,5 cm. Con il manico lungo e decorato
con linee orizzontali di colore rosso e nero. Gli esperti dopo aver
escluso l’origine fenicia di questa vasi ed escludendo anche che sono di
produzione locale, hanno avanzato l’ipotesi della provenienza
egeomicenea, poiché anche nella quarta tomba dell’acropoli di Micene e
a Creta sono stati trovati dei vasi simili.A questo punto sorge spontanea
una domanda: ma non è possibile che gli abitanti di Caldare provenissero
dalla zona egeo-cretese? |
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È un’ipotesi che già molti autori antichi tra
cui Erodoto, Strabone, Diodoro Siculo hanno avanzato, ma che io escluderei
visto i recenti ritrovamenti archeologici fatti nella nostra provincia che
testimoniano l’esistenza di insediamenti umani nell’età Neolitica. Mi
riferisco alla grotta Acqua fitusa a Cammarata, alla grotta della
Ticchiara a Favara e di Busonè a Raffadali. Come si vede Caldare e S.
Vincenzo si trovano quasi al centro di una vasta area di insediamenti
neolitici, e quindi non vedo perché anche da noi non potesse esistere una
comunità più antica di quella che si conosce. Certo è fuori di dubbio
che possano provenire dall’Africa Settentrionale e dal Medio oriente
visto che molto probabilmente la fossa del Mediterraneo si è formata solo
qualche Milione di anni fa e che esisteva un ponte di collegamento tra
l’Africa e la Sicilia situato sul tratto che va da Faro Russello a
Realmonte fino al trapanese. Questa probabile unione è testimoniata dai
ritrovamenti di resti fossili di elefanti nani, cavallo selvatico,
ippopotamo, rinoceronte, leone, iena che sono animali africani. Altro
punto di contatto è il fatto che gli antichi abitanti dell’Africa del
Nord e del Medio Oriente sono Dolicomorfi. Quindi si può dire che abbiano
in comune l’origine ma poi ognuno si è sviluppato autonomamente, ma in
stretto contatto commerciale; rapporti commerciali e culturali che erano
già fiorenti fin dal Neolitico. Infatti è nel Neolitico che incomincia
tutta una lunga serie si scambi commerciali e culturali con l’oriente
(anche a Caldare come in seguito si adorava la Dea Madre). La Sicilia, per
la sua posizione centrale nel Mediterraneo è un punto di riferimento
molto importante. Che i rapporti, tra la Sicilia e il mondo cretese,
fossero solo rapporti Culturali e commerciali si può dedurre anche dalla
leggenda di Minosse e Re Cocalo. Quando Dedalo, volando con le sue ali di
cera, fuggì dalla Creta di Minosse e venne a rifugiarsi nella reggia di
re Cocalo a Camico (S. Angelo Muxaro). Ma Minosse voleva riprendersi
Dedalo, e così sbarcò in Sicilia con lo scopo di distruggere Camico e
riportarsi Dedalo a Creta. L’assedio di Camico durò circa cinque anni
ma non riuscì ad espugnarla anzi egli stesso perse la vita. La sua flotta
fu distrutta da una tempesta e così i soldati cretesi rimasero in Sicilia
e fondarono Heraclea Minoa. Le ossa di Minosse furono riportate a Creta
quando Theron fonda Agrigento. In questa leggenda vedo chiari alcuni
fatti: fino a quando i rapporti tra la Sicilia e Creta sono solo
commerciali e culturali, Dedalo cretese si dedica all’architettura,
quindi collabora con le popolazioni locali, si vive in pace. Ma quando
Minosse non vuole più rapporti culturali ecco che scoppia la guerra e i
Siciliani resistono e si battono per la loro indipendenza. Però alla fine
cedono e con Theron finisce la storia di un popolo libero e incomincia
quello di una colonia; tutto il resto sarà una storia di colonizzatori e
colonizzati: Geci-cretesi per primi, poi via via Romani, Arabi, Normanni,
Spagnoli e Piemontesi. Poco lontano dalla necropoli, vicino a una cava di
pietra vi era il villaggio. Esso era costituito da capanne rotonde con
l’ingresso rivolto verso mezzogiorno. Il pavimento era costituito da più
strati. Lo strato più profondo era costruito con pietre di non più di 5
cm., questo per portare tutto il suolo allo stesso livello. Gli spazi
vuoti erano riempiti di argilla ridotta in polvere e bagnata mentre la
superficie era rivestita da uno strato di argilla battuta. Le pareti
rotondeggianti erano fatte da rami e ricoperte di argilla. La mancanza di
un focolare, in alcune capanne, lascia supporre che le abitazioni fossero
costituite da più locali. Nei fondi delle capanne furono ritrovati corna
di bovini ed ossa spaccate per estrarre il midollo e una macina di calcare
formata da una base concava e una pietra cilindrica per ridurre in polvere
i semi. Da notare che esaminando al microscopio i resti di vegetali non
sono stati trovati elementi che lasciassero supporre l’uso del frumento.
Sopra il pavimento fu rinvenuta una punta di freccia di selce rossa, piana
da una faccia e rotonda dall’altra, zanne di grossi cinghiali e pezzi di
ciotole, che per il loro colore, più rosse di fuori che non di dentro,
potrebbero essere state cotte a fuoco libero; fu rinvenuta un’accetta di
pietra verde, che sicuramente non è un tipo di pietra che si trova a
Caldare o a San. Vincenzo. Questo è un’ulteriore prova dei contatti con
il mondo mediterraneo ed orientale. Molto usato, per costruire strumenti,
era l’osso, soprattutto per costruire punte di frecce. Le costole
venivano adoperate per fare stecche piatte che servivano per lisciare la
ceramica; sono levigate con molta cura, rotonde da una estremità e a
punta dall’altra. Più difficile delle tombe dare una data del
villaggio, poiché sono stati ritrovati dei cocci che potrebbero datarsi
al 3500 avanti Cristo e anche oltre. La prova potrebbe essere data
dall’idolo femminile rinvenuto in una capanna insieme a delle corna
votive. “ Esso è di argilla chiara, fine, e ben cotta: di sotto è
aperto, e le pareti sono spesse 20 mm. alla base. Tutte le tre sporgenze
nella parte superiore trovansi rotte. Dalla base al moncone della spalla
sono 105 mm. Vi è un buco fra le mammelle e i due lati, uno per ciascun
fianco, alla medesima altezza. (Mosso). Quando fu ritrovato non è stato
possibile capire quale fosse la funzione di questo idolo. Oggi si può
affermare con certezza che rappresentasse una divinità: la Grande Madre
dei Neolitici, la Potnia degli Egeo-cretesi. Chiara mente le ceramiche
trovate vicino all’idolo sono del 1300 avanti Cristo, però c’è da
notare una continuità culturale religiosa che arriva fini al Neolitico,
cioè quando l’uomo è passato da cercatore caccatore a coltivatore
allevatore. Infatti nel neolitico antico si facevano figurine di argilla
in forme di donne. Non ne sono state trovate nelle tombe, tutti gli
esemplari provengono dagli abitanti, come quello di caldare. Il culto
della Dea Madre, una forma di monoteismo femminile, era diffuso,
nell’area della Mesopotamia, verso l’Europa settentrionale e
mediterranea e verso l’India. Era la dea della fertilità, delle acque,
signora della terra fruttificante, delle greggi e degli uomini. Infatti vi
è una corrispondenza fra la donna nella sua funzione generativa e la
terra nella sua funzione di produzione della vegetazione. Vi è analogia
fra il seno della donna che contiene una nuova vita e la terra che
nasconde un mondo non visibile. Le corna appaiono al di sopra
dell’altare o accanto ad essi da sole o come supporto ad altri oggetti
sacri. Circa la loro origine sembrerebbe plausibile l’ipotesi che si
tratti di una riduzione stilizzata dei teschi dei tori sacrificanti che
sostituiscono, in modo permanente e nella raffigurazione, l’offerta
cruenta dell’animale (enciclopedia delle religioni). |
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Tratto
da “La Voce di Aragona” Novembre 1985 di Giuseppe Alongi |
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