Centro Urbano di Aragona

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Aragona, il suo territorio ….

Sui pendii orientali del monte Belvedere, in un diramarsi di vicoli confluenti in una grande strada che li taglia orizzontalmente, sorge Aragona col suo maestoso palazzo settecentesco, emblema di un passato feudale e della vita del paese che si è snodata in sintonia con la famiglia dei Baroni Naselli che all’inizio della seconda metà del XVI secolo ne iniziarono la fondazione.

Il palazzo baronale a forma rettangolare con quattro logge ai lati sovrasta per la sua mole tutto il centro urbano ed è occupato per metà dalle Suore di S. Vincenzo di Paola e alcune bambine di condizioni disagiate e per l’altra metà dagli uffici comunali e dalla sala consiliare.

 

Nel passato ha subito diversi restauri che hanno distrutto la quasi totalità degli affreschi che l’adornavano; rimangono soltanto alcune pitture murali del Borremans, tra cui quelle della volta di un ampio salone raffiguranti al centro la personificazione della Gloria e altri soggetti allegorici ai lati.

All’ingresso del palazzo si estende una caratteristica piazzetta, cinta di alberi, su cui si affacciano le Chiese del Rosario e quella sconsacrata del Purgatorio, con al centro il monumento dei caduti. In essa, la Domenica di Pasqua, e in quella del Carmine, che è il suo naturale prolungamento, si svolge l”Incontru”, tra la folla che si accalca in ogni lato.

Dalla piazzetta un breve tratto di via Vittorio Emanuele conduce ai quattro canti, incrocio con il corso Garibaldi e Roma che insieme formano il salotto di Aragona ove quotidianamente si riversa la vita cittadina.

Le interminabili passeggiate dai quattro canti all’ex Gil con una breve sosta in piazza della Vittoria, ritrovo di molti politici locali, o davanti a qualche bar lungo le due vie, sono d’obbligo per la maggior parte degli aragonesi, soprattutto, nelle ore pomeridiane dei giorni prefestivi e festivi quando tutt’intorno è un pullulare di gente e un gran vociare che ricorda uno sciame d’api uscito dall’alveare.

Aragona da Est

Aragona vista da Est

D’estate, poi, con il ritorno degli emigrati, il salotto paesanoè sempre affollato fino a tarda sera: è un incontrarsi continuo di amici e conoscenti, un insaziabile bisogno di comunicare e raccontare, la promessa di un arrivederci.

L’emigrazione è sempre stata una dolorosa piaga del paese, accentuatasi maggiormente nell’ultimo trentennio, dopo che sono state chiuse le miniere di zolfo che dall’inizio del secolo, nel momento di maggiore sviluppo, occupavano direttamente più di 1.400 operai e indirettamente tanti altri. La vita del minatore era costellata di sofferenze e di stenti, però un lavoro era assicurato e con esso la possibilità di poter restare vicino ai propri cari. Ora rimangono nella montagna Mintini, raggiungibile per una strada dissestata, che si diparte da piazza Matrice, intere colline di rosticcio di zolfo a testimonianza di un passato minerario, del lavoro fatto come tante talpe nei cunicoli scavati sottoterra e più di cinquemila emigrati. Le principali risorse del paese sono l’agricoltura, sempre più abbandonata dai giovani, l’artigianato, la pastorizia e l’edilizia che è andata avanti con l’abusivismo e le rimesse degli emigrati che hanno investito i loro risparmi nella costruzione di una casa. 

Ora, però, il settore è entrato in crisi; tutto si è fermato e restano centinaia di costruzioni incomplete e moltissime operai edili disoccupati. Il territorio di Aragona è ricco di bellezze naturali e di resti antichi alcuni dei quali affondano le loro radici a più di duemila anni fa mentre di un periodo più vicino a noi sono quelli di una villa romana in contrada “Funtanazza” e la torre del Salto d’Angiò. Le testimonianze più antiche sono le necropoli di Caldare e San Vincenzo situate nell’omonima collina che sorge, ricca del verde degli alberi di mandorlo e di ulivi, di fronte al paese e sono raggiungibili a piedi dalla frazione di Caldare o per un viottolo dalla strada che porta a Grotte, all’altezza dei “nove ponti”. La maggior parte delle tombe sono andate  distrutte con il passare degli anni, ma ne rimangono ancora molte a testimonianza di un antico villaggio preistorico.

Aragona da Sud - Est

Aragona vista da Sud - Est

Lungo la cresta rocciosa sono facilmente visibili come tanti forni, scavati nella pietra, simili a quelle minoiche, secondo una classificazione di A. Mosso che all’inizio del secolo ne esplorò circa settanta, descrivendone minuziosamente alcune così come aveva fatto qualche anno prima P. Orsi. Le tombe che sono state scavate tutte con la pietra e lisciate con la pomice, hanno la stessa struttura, ma differiscono per dimensione a seconda del periodo di appartenenza. Le testimonianze del villaggio preistorico vanno dal 3.500 al 1.200 avanti cristo e le tombe nella loro diversa dimensione abbracciano tutto questo arco di tempo. Quelle più antiche di cui rimangono ancora tracce verso Caldare risalgono al periodo neolitico e sono di piccola dimensione con un’apertura circolare di pochi centimetri quadrati che immette in un breve cunicolo da cui si arriva in una cavità inclinata a forma ellissoidale alta circa cm. 70 e larga cm. 140. Le altre del secondo periodo arrivano ad avere un corridoio lungo circa cm. 120, e la cella dal diametro di 3 o 4 metri ad arcate con ai lati alcune nicchie e di frante all’uscita un piano inclinato con diversi loculi, che dovevano appartenere ad un unico nucleo familiare. Nel passato i contadini hanno usato quest’ultime tombe come pagliere, stalle o rifugio arrecandovi grandi danni, ma nonostante ciò alcune di esse sono ancora in buono stato di conservazione. Manca, però, una adeguata segnaletica per cui il visitatore si deve affidare alle indicazioni dei contadini, alla fortuna e allo spirito d’avventura. I loro ingressi sono ben visibili nella roccia o tra la vegetazione e la loro esplorazione riesce a creare quasi sempre uno stato d’animo di commozione. “Confesso – scrive A. Mosso – che nella storia dei sepolcri non ho trovato nulla di più grandioso e di più commovente, quanto queste necropoli, donde si vede da lontano il mare. Da queste tombe spira la poesia dei popoli primitivi, la psicologia loro è piena di sentimento delicato che vibra ancora nell’aria moderna”. Dalle necropoli è visibile il versamento orientale del monte Belvedere con l’agglomerato urbano del centro storico di Aragona dall’architettura regolare armonizzata attorno al palazzo feudale è la parte nuova del paese che scende a valle, irregolare e incompleta con tanti pilastri di cemento che sembrano loculi cimiteriali.

Aragona da Nord - Est

Aragona vista da Nord - Est

Andando ancora con lo sguardo ad occidente, verso Joppolo e Raffadali, si vede spiccare una landa circolare che emerge su un piccolo promontorio: è “l’occhio di maccalube”, come lo chiamano gli abitanti del luogo, che fin dall’antichità alimenta la fantasia popolare e atterrisce con i continui rivoltamenti del sottosuolo e gli scoppi in profondità che mandano la terra a decine di metri di altezza. Il suolo coperto da una coltre biancastra, è pieno di crepe di varia grandezza e di piccole venature d’acqua mista a fango che compaiono dal sottosuolo a mò di rivoli, formando con il passare dei giorni piccoli vulcani di fango fino ad un metro di altezza. Ovunque si sente il gorgoglio dei rivoli che somiglia al respiro di un mostro pronto a svegliarsi e a portare distruzione. Il fenomeno naturale, unico al mondo, conosciuto col nome di Maccalubbe è dovuto alla presenza di idrocarburi nel sottosuolo che fuoriuscendo esercitano una forte pressione verso l’esterno trascinando con sé masse di fango, che danno origine ai piccoli vulcani ed ai capovolgimenti del terreno. Un tempo la quantità di gas che fuoriusciva dal sottosuolo era talmente elevata da accendersi in più punti facendo apparire la zona piena di linguelle di fuoco. La loro presenza è testimoniata da più di duemila anni e da sempre sono state circondate dal mistero e da credenze tra cui quella di una città sepolta nelle sue viscere che ogni sette anni riappare nelle calde notti di Luglio e di Agosto, subito dopo il canto del gallo. Ritornando in paese e rifacendo corso Roma e Garibaldi, si può raggiungere la torre del Salto d’Angiò, dopo aver attraversato le campagne di Serre e Santa Rosalia, ricca di mandorli e villini, per poi proseguire per altri due chilometri per una campagna brulla, fino ad arrivare ad una cresta rocciosa che fa da barriera naturale tra la vallata del Diesi e quella del Muxarello. Sui pendii che dominano il fiume Platani, si erge la maestosa torre angioina del XIV secolo, inglobata in un casale del 1700; si presenta a forma rettangolare con tre ordini finestrati: il primo e il terzo con finestre bifore a tutto sesto e il secondo con monofore a sesto acuto. Inizialmente ha avuto funzione difensiva del territorio, divenendo con il passare degli anni punto di riferimento per l’insediamento urbano e lo sfruttamento agricolo dei feudi che la circondavano.

Aragona da Nord - Ovest

Aragona vista da Nord - Ovest

 Nel corso dei secoli ha subito diversi rifacimenti ma ha conservato la struttura originaria e il suo fascino antico che riesce a proiettare il visitatore in una dimensione feudale e in una quiete ricca di immagini e suggestioni idilliache. Salendo sulla cresta rocciosa, di fronte alla torre, una terrazza naturale, cinta di alberi secolari, offre la visuale di un ampio panorama che fa spaziare lo sguardo delle miniere di zolfo abbandonate agli agglomerati urbani di Aragona, Comitini, Casteltermini e alle vallate che li separano tra di loro.  Accanto alle testimonianze antiche delle necropoli, dei resti della villa romana in contrada “Funtanazza”  e alla torre angioina, Aragona presenta nel centro urbano elementi artistici e monumentali di pregevole fattura che testimoniano il suo passato e la sua evoluzione storica. Il Palazzo Principe spicca tra tutti ma quelli di Rotolo, Vella, e Morreale, tutti del XVIII secolo, non sono di meno. Questi Palazzi dall’architettura raffinata e con un pizzico di barrocchismo, sono tutti allineati tra loro in via Vittorio Emanuele formando nel loro complesso un quartiere aristocratico della vecchia Aragona in una posizione dominante lo stesso palazzo baronale. Le chiese e in principal modo quella della Matrice, del Rosario e del Carmine, presentano opere d’arte del 600 e del 700, alcune delle quali sono attribuite alla scuola Gaggini, allo Zoppo di Gangi e al Crestadoro.

F. Graceffa (Agrigento: NUOVE IPOTESI rivista bimestrale della Provincia Regionale n. 5/6 Febbraio 1987)

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