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Questo
sito è stato interamente ideato, progettato, realizzato e pubblicato da
Giuseppe Seviroli
&
Peppe
Cumbo

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Aragona,
il suo territorio ….
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Sui
pendii orientali del monte Belvedere, in un diramarsi di vicoli
confluenti in una grande strada che li taglia orizzontalmente, sorge
Aragona col suo maestoso palazzo settecentesco, emblema di un passato
feudale e della vita del paese che si è snodata in sintonia con la
famiglia dei Baroni Naselli che all’inizio della seconda metà del XVI
secolo ne iniziarono la fondazione.
Il
palazzo baronale a forma rettangolare con quattro logge ai lati sovrasta
per la sua mole tutto il centro urbano ed è occupato per metà dalle
Suore di S. Vincenzo di Paola e alcune bambine di condizioni disagiate e
per l’altra metà dagli uffici comunali e dalla sala consiliare.
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Nel
passato ha subito diversi restauri che hanno distrutto la quasi totalità
degli affreschi che l’adornavano; rimangono soltanto alcune pitture
murali del Borremans, tra cui quelle della volta di un ampio salone
raffiguranti al centro la personificazione della Gloria e altri soggetti
allegorici ai lati. |
All’ingresso
del palazzo si estende una caratteristica piazzetta, cinta di alberi, su
cui si affacciano le Chiese del Rosario e quella sconsacrata del
Purgatorio, con al centro il monumento dei caduti. In essa, la Domenica
di Pasqua, e in quella del Carmine, che è il suo naturale
prolungamento, si svolge l”Incontru”, tra la folla che si accalca in
ogni lato.
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Dalla
piazzetta un breve tratto di via Vittorio Emanuele conduce ai quattro
canti, incrocio con il corso Garibaldi e Roma che insieme formano il
salotto di Aragona ove quotidianamente si riversa la vita cittadina. |
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Le
interminabili passeggiate dai quattro canti all’ex Gil con una breve
sosta in piazza della Vittoria, ritrovo di molti politici locali, o
davanti a qualche bar lungo le due vie, sono d’obbligo per la maggior
parte degli aragonesi, soprattutto, nelle ore pomeridiane dei giorni
prefestivi e festivi quando tutt’intorno è un pullulare di gente e un
gran vociare che ricorda uno sciame d’api uscito dall’alveare. |

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Aragona
vista da Est |
D’estate,
poi, con il ritorno degli emigrati, il salotto paesanoè sempre
affollato fino a tarda sera: è un incontrarsi continuo di amici e
conoscenti, un insaziabile bisogno di comunicare e raccontare, la
promessa di un arrivederci.
L’emigrazione
è sempre stata una dolorosa piaga del paese, accentuatasi maggiormente
nell’ultimo trentennio, dopo che sono state chiuse le miniere di zolfo
che dall’inizio del secolo, nel momento di maggiore sviluppo,
occupavano direttamente più di 1.400 operai e indirettamente tanti
altri. La vita del minatore era costellata di sofferenze e di stenti,
però un lavoro era assicurato e con esso la possibilità di poter
restare vicino ai propri cari. Ora rimangono nella montagna Mintini,
raggiungibile per una strada dissestata, che si diparte da piazza
Matrice, intere colline di rosticcio di zolfo a testimonianza di un
passato minerario, del lavoro fatto come tante talpe nei cunicoli
scavati sottoterra e più di cinquemila emigrati. Le principali risorse
del paese sono l’agricoltura, sempre più abbandonata dai giovani,
l’artigianato, la pastorizia e l’edilizia che è andata avanti con
l’abusivismo e le rimesse degli emigrati che hanno investito i loro
risparmi nella costruzione di una casa.
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Ora,
però, il settore è entrato in crisi; tutto si è fermato e restano
centinaia di costruzioni incomplete e moltissime operai edili disoccupati. Il
territorio di Aragona è ricco di bellezze naturali e di resti antichi
alcuni dei quali affondano le loro radici a più di duemila anni fa mentre
di un periodo più vicino a noi sono quelli di una villa romana in contrada
“Funtanazza” e la torre del Salto d’Angiò. Le testimonianze più
antiche sono le necropoli di Caldare e San Vincenzo situate nell’omonima
collina che sorge, ricca del verde degli alberi di mandorlo e di ulivi, di
fronte al paese e sono raggiungibili a piedi dalla frazione di Caldare o per
un viottolo dalla strada che porta a Grotte, all’altezza dei “nove
ponti”. La maggior parte delle tombe sono andate
distrutte con il passare degli anni, ma ne rimangono ancora molte a
testimonianza di un antico villaggio preistorico.
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Aragona
vista da Sud - Est
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Lungo
la cresta rocciosa sono facilmente visibili come tanti forni, scavati nella
pietra, simili a quelle minoiche, secondo una classificazione di A. Mosso
che all’inizio del secolo ne esplorò circa settanta, descrivendone
minuziosamente alcune così come aveva fatto qualche anno prima P. Orsi. Le
tombe che sono state scavate tutte con la pietra e lisciate con la pomice,
hanno la stessa struttura, ma differiscono per dimensione a seconda del
periodo di appartenenza. Le testimonianze del villaggio preistorico vanno
dal 3.500 al 1.200 avanti cristo e le tombe nella loro diversa dimensione
abbracciano tutto questo arco di tempo. Quelle più antiche di cui rimangono
ancora tracce verso Caldare risalgono al periodo neolitico e sono di piccola
dimensione con un’apertura circolare di pochi centimetri quadrati che
immette in un breve cunicolo da cui si arriva in una cavità inclinata a
forma ellissoidale alta circa cm. 70 e larga cm. 140. Le altre del secondo
periodo arrivano ad avere un corridoio lungo circa cm. 120, e la cella dal
diametro di 3 o 4 metri ad arcate con ai lati alcune nicchie e di frante
all’uscita un piano inclinato con diversi loculi, che dovevano appartenere
ad un unico nucleo familiare. Nel passato i contadini hanno usato
quest’ultime tombe come pagliere, stalle o rifugio arrecandovi grandi
danni, ma nonostante ciò alcune di esse sono ancora in buono stato di
conservazione. Manca, però, una adeguata segnaletica per cui il visitatore
si deve affidare alle indicazioni dei contadini, alla fortuna e allo spirito
d’avventura. I loro ingressi sono ben visibili nella roccia o tra la
vegetazione e la loro esplorazione riesce a creare quasi sempre uno stato
d’animo di commozione. “Confesso – scrive A. Mosso – che nella
storia dei sepolcri non ho trovato nulla di più grandioso e di più
commovente, quanto queste necropoli, donde si vede da lontano il mare. Da
queste tombe spira la poesia dei popoli primitivi, la psicologia loro è
piena di sentimento delicato che vibra ancora nell’aria moderna”. Dalle
necropoli è visibile il versamento orientale del monte Belvedere con
l’agglomerato urbano del centro storico di Aragona dall’architettura
regolare armonizzata attorno al palazzo feudale è la parte nuova del paese
che scende a valle, irregolare e incompleta con tanti pilastri di cemento
che sembrano loculi cimiteriali.
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Aragona
vista da Nord - Est
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Andando
ancora con lo sguardo ad occidente, verso Joppolo e Raffadali, si vede
spiccare una landa circolare che emerge su un piccolo promontorio: è
“l’occhio di maccalube”, come lo chiamano gli abitanti del luogo,
che fin dall’antichità alimenta la fantasia popolare e atterrisce con
i continui rivoltamenti del sottosuolo e gli scoppi in profondità che
mandano la terra a decine di metri di altezza. Il suolo coperto da una
coltre biancastra, è pieno di crepe di varia grandezza e di piccole
venature d’acqua mista a fango che compaiono dal sottosuolo a mò di
rivoli, formando con il passare dei giorni piccoli vulcani di fango fino
ad un metro di altezza. Ovunque si sente il gorgoglio dei rivoli che
somiglia al respiro di un mostro pronto a svegliarsi e a portare
distruzione. Il fenomeno naturale, unico al mondo, conosciuto col nome
di Maccalubbe è dovuto alla presenza di idrocarburi nel sottosuolo che
fuoriuscendo esercitano una forte pressione verso l’esterno
trascinando con sé masse di fango, che danno origine ai piccoli vulcani
ed ai capovolgimenti del terreno. Un tempo la quantità di gas che
fuoriusciva dal sottosuolo era talmente elevata da accendersi in più
punti facendo apparire la zona piena di linguelle di fuoco. La loro
presenza è testimoniata da più di duemila anni e da sempre sono state
circondate dal mistero e da credenze tra cui quella di una città
sepolta nelle sue viscere che ogni sette anni riappare nelle calde notti
di Luglio e di Agosto, subito dopo il canto del gallo. Ritornando in
paese e rifacendo corso Roma e Garibaldi, si può raggiungere la torre
del Salto d’Angiò, dopo aver attraversato le campagne di Serre e
Santa Rosalia, ricca di mandorli e villini, per poi proseguire per altri
due chilometri per una campagna brulla, fino ad arrivare ad una cresta
rocciosa che fa da barriera naturale tra la vallata del Diesi e quella
del Muxarello. Sui pendii che dominano il fiume Platani, si erge la
maestosa torre angioina del XIV secolo, inglobata in un casale del 1700;
si presenta a forma rettangolare con tre ordini finestrati: il primo e
il terzo con finestre bifore a tutto sesto e il secondo con monofore a
sesto acuto. Inizialmente ha avuto funzione difensiva del territorio,
divenendo con il passare degli anni punto di riferimento per
l’insediamento urbano e lo sfruttamento agricolo dei feudi che la
circondavano. |
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Aragona
vista da Nord - Ovest
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Nel
corso dei secoli ha subito diversi rifacimenti ma ha conservato la struttura
originaria e il suo fascino antico che riesce a proiettare il visitatore in
una dimensione feudale e in una quiete ricca di immagini e suggestioni
idilliache. Salendo sulla cresta rocciosa, di fronte alla torre, una
terrazza naturale, cinta di alberi secolari, offre la visuale di un ampio
panorama che fa spaziare lo sguardo delle miniere di zolfo abbandonate agli
agglomerati urbani di Aragona, Comitini, Casteltermini e alle vallate che li
separano tra di loro. Accanto alle testimonianze antiche delle
necropoli, dei resti della villa romana in contrada “Funtanazza”
e alla torre angioina, Aragona presenta nel centro urbano elementi
artistici e monumentali di pregevole fattura che testimoniano il suo passato
e la sua evoluzione storica. Il Palazzo Principe spicca tra tutti ma quelli
di Rotolo, Vella, e Morreale, tutti del XVIII secolo, non sono di meno.
Questi Palazzi dall’architettura raffinata e con un pizzico di
barrocchismo, sono tutti allineati tra loro in via Vittorio Emanuele
formando nel loro complesso un quartiere aristocratico della vecchia Aragona
in una posizione dominante lo stesso palazzo baronale. Le chiese e in
principal modo quella della Matrice, del Rosario e del Carmine, presentano
opere d’arte del 600 e del 700, alcune delle quali sono attribuite alla
scuola Gaggini, allo Zoppo di Gangi e al Crestadoro.
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F.
Graceffa (Agrigento: NUOVE IPOTESI rivista bimestrale della Provincia
Regionale n. 5/6 Febbraio 1987)
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